Dall’identità alla statualità. Una proposta sardista

Francesco Cesare Casula
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di Francesco Cesare Casula

A distanza di più di un secolo dalla sua nascita, la filosofia di base del Partito Sardo d’Azione è sempre la stessa, elaborata nel 1921 soprattutto da Emilio Lussu e da Camillo Bellieni reduci della Grande Guerra. Era intesa a compattare i Sardi divisi a quel tempo in almeno sei popolazioni – Ogliastrini, Barbaricini, Galluresi, Sassaresi, Oristanesi e Cagliaritani – i quali, sotto i colpi delle granate austriache nelle doline del Carso, si riconoscevano figli della stessa terra, abitanti di un’isola ai margini del Tirreno, lontana dal corpo principale della Nazione italiana.

Da allora in poi, il collante sardista è l’enfatizzazione dell’identità che ci tiene legati al di fuori delle differenze regionali; per questo, si valorizzano i nuraghi, si esaltano i Giudicati, si magnificano le battaglie di Sanluri e di Macomèr e tutto ciò che ci offre la Storia ammantata dalla bandiera dei “Quattro Mori” fino ad arrivare alla “Sarda rivoluzione” e a “Sa Die de sa Sardigna” al canto di Giuseppe Manno; si mostrano nelle sfilate, laiche e religiose, i bellissimi costumi paesani indossati da uomini e da donne, si promuovono le sagre locali di ogni genere specie culinario; si parla la lingua sarda logudorese e campidanese e s’intona “su bi e bo”…. Insomma, mostriamo come unica e incontestabile la nostra identità che il Partito Sardo d’Azione difende a spada tratta contro tutte le ingerenze politiche esterne.

Però, secondo me, vecchio sardista seguace di Titino Melis, allievo di Ovidio Addis e sconcertato ascoltatore delle giustificazioni di Paolo Pili sul Sardofascismo (a Oristano mi regalò la sua “Grande cronaca minima storia”), questa filosofia autoctona, relegata all’ambito isolano, non basta; non basta perché il vero problema sardo è il rapporto fra noi e il resto della Nazione, fra noi e il Governo centrale. Al Lombardo, al Toscano, al Laziale, al Napoletano, ecc., non importa niente della nostra identità; hanno la loro che impongono anche a noi Sardi in regime coloniale (come si faceva una volta con gli Africani). Basta vedere cosa impariamo a scuola coi programmi ministeriali e cosa ci portiamo dentro di cultura peninsulare per tutta la vita condizionandoci: le vicende antiche, medievali e moderne dello Stivale dalle Alpi alla Sicilia, la poesia e l’arte dalla Latinità al Romanticismo, la musica, la pittura e l’architettura delle città un tempo capitali di Stati morti col Risorgimento, dove noi Sardi siamo esclusi anche perché per quasi mezzo millennio siamo vissuti all’interno del mondo iberico catalano-aragonese e non di quello italiano.

C’è la possibilità di rompere questa dipendenza politica e culturale, e passare dall’identità locale che favorisce la colonizzazione peninsulare per arrivare ad una nuova e rivoluzionaria specialità sardista che ci renderebbe l’unica e più importante regione d’Italia?

Ebbene, questa potenzialità esiste a patto di sgombrare la mente da tutto il bagaglio di nozioni culturali, sociali e politiche che abbiamo appreso fin dall’infanzia ed entrare in una nuova maniera di considerare l’esistenza nella quale agiamo ed operiamo, di cambiare la prospettiva per passare dal contenuto della Storia (politica, miliare, culturale ecc.) al contenitore in cui questa nasce e si sviluppa, e senza il quale non esisterebbe.

Questo importante contenitore si chiama Stato che, secondo il Diritto: «… è formato da un popolo stanziato in un determinato territorio tutto legato da uno stesso vincolo giuridico». In volgare paragone, lo Stato è come una grossa pentola con dentro il suo minestrone che noi chiamiamo Storia (guerre e paci, rivoluzioni e sommosse, re e imperatori, uomini e donne di ogni età e condizione, ecc.). E in Dottrina si dice che: «Senza l’istituzione non c’è la sua costituzione».

Capito questo principio, chiediamoci ora: quando è nato, dove è nato e qual è la Storia dello Stato di cui siamo tutti cittadini con tanto di documenti identificativi (passaporto, carta d’identità, tessera sanitaria, codice fiscale, ecc., ecc.), che siede all’Onu insieme a tutti gli altri Stati della Terra? La riposta è facile se si seguono a ritroso i suoi nomi e i suoi attributi d’identità personali: esso, dal 1946, si chiama Repubblica Italiana; prima, dal 1861, si chiamava Regno d’Italia e prima ancora Regno di Sardegna dal….? A questo punto la storiografia e la politica peninsularista si ferma. Perché? Perché si entra in ambito sardo e, questo ai romanisti non piace e lo scartano dal contesto nazionale come se non esistesse.

E, invece, esiste, eccome! Il Regno di Sardegna è il primo nome del nostro Stato nato a Cagliari-Bonaria il martedì mattina del 19 giugno 1324 ad opera dei Catalano-Aragonesi in fase di espansione commerciale mediterranea. Si è sardificato nel corso dei secoli quattordici, quindici, sedici, diciassette e diciotto quando, nel 1720, entrò in area italiana è si federò col Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza; e che, alla fine di travagliate vicende belliche risorgimentali, condusse all’Unità d’Italia come oggi la conosciamo.

Questo è tutto dimostrabilissimo con documenti storici alla mano; per cui i Peninsulari ci dovrebbero considerare e rispettare come il figlio rispetta il padre. Questa dovrebbe essere la nuova filosofia sardista di rivendicazione genitoriale dello Stato con tutti i vantaggi politici, culturali, sociali ed economici che ne deriverebbero.

Ma chi di noi Sardi colonizzati è disposto ad abbandonare le certezze acquisite e ad affrontare settanta milioni di Italiani decisi a difendere a tutti i costi la propria identità di convenienza per accettare uno Storia sarda di scienza? Perciò, tocca a noi la scelta: o rimanere Sardi colonizzati o diventare Sardisti acculturati con davanti un proprio destino autonomista e indipendentista.

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