di Graziano Siotto
“Cantu prus mannu est s’amore, tantu prus trista est sa bida”, scalfiva lo scultore nuorese Francesco Ciusa nelle sue preziose ceramiche, tra sposine e donne sarde in stile egittizzante. Le stesse che diedero inizio alla stagione dorgalese, nell’Alta Baronia, con Piras, Lai, Fancello, Loi, Loddo e così a seguire in quella importante stagione artistica, distrutta da un turismo italiano di massa, che trasformò l’arte sarda in souvenir. Un linguaggio quello, profondamente legato alla tradizione dell’Isola, che si trova scolpito anche nelle sue rappresentazioni di quegli uomini e donne sarde: “La Madre dell’Ucciso”, “Il Cainita”, “L’Anfora Sarda”, “Il pane”, “La Filatrice” e le altre ancora.
“Contrasti” fu invece l’esauriente titolo che il sassarese Tarquinio Sini diede alla serie dei suoi opposti: modernità e città da una parte, tradizione e paese dall’altra. Uno scontro anche ideologico, ben rappresentato dalle donne in abito sardo che incontrano quelle del nord, con vesti succinte, moderne e ricche di trucchi. Un contrasto che è “scontro tra civiltà”: Sardegna e Sardi da una parte, Italia e Italiani dall’altra.
Ancora lingua sarda quella di Costantino Nivola, “Tinu”, come si faceva chiamare lui stesso. Rientrato in Sardegna dagli States nel 1958, promosse con brochure esclusivamente “in limba” la propria mostra tra “sas carrelas de Orane”. I suoi soggetti, legati alle antiche religioni dell’Isola, principalmente Dee Madri, esprimevano appieno quel sentirsi parte di una Nazione assolutamente differente da quello Stato che avanzava a colpi di feroce industrializzazione. Uno shock culturale che lui stesso subì, definendo quella sarda come: “[…] Una tribù in transizione: né carne né pesce, né Sardi né italiani” o, come ancor meglio ebbe a scrivere a sua moglie Ruth: “I costumi si possono comprare a poco prezzo ora, tutti se ne vogliono disfare. Non avrei mai creduto che fosse così facile e rapida la degenerazione del gusto, la rinunzia a una tradizione e la sostituzione di essa col comune, artificiale e volgare”. Una riflessione sulla comunità e sul sé che sfociò anche nel vero e proprio intimo sardismo: “Ho intuizioni, desideri, nostalgie. Gliel’ho chiesto spesso a Emilio Lussu. Lui diceva: I Sardi non sono capaci di amministrarsi. Io invece penso che, se messi nelle condizioni naturali, gli uomini trovano il modo. Ma io lo farei l’esperimento dell’indipendenza, un’esperienza entusiasmante”. Tutti pensieri di una più che attuale intervista rilasciata a Faticoni nel 1978 e confluita nel volume dal significativo titolo: “Svegliatevi Sardi!”, edito solo nel più recente 2013 dalla “AM&D” Edizioni.

Ritroviamo quei legami e identità profonde anche in Maria Lai, che intervenne sulla materia attraverso lo studio dei telai, della magia, dell’oggettistica arcaica isolana. Alla storia è consegnata la sua potentissima operazione “Legarsi alla montagna”, andata in scena l’8 settembre del 1981 a Ulassai. Centinaia di fili, legati di casa in casa e sino al soprastante monte Gedili nella comunità ogliastrina, con il diretto coinvolgimento della stessa, che per tre giorni scossero la Sardegna nel richiamo dell’antica leggenda paesana de “Sa Rutta de is Antigus”. Tradizioni orali, tramandate davanti a “su fochile”, abilmente trasposte in narrazione artistica di livello. “Qui, l’arte è riuscita là dove religione e politica non erano riuscite a fare altrettanto”, ebbe a scrivere lo storico dell’arte Filiberto Menna, definendo quella di Lai una delle realizzazioni più significative dell’arte moderna e contemporanea.
Unica eccezione a quell’arte “puramente sarda”, ma esclusivamente per la provenienza toscana del suo avviatore, l’esperienza muralista di Del Casino che, a partire dal 1975 a Orgosolo, volle provare a “rompere il muro che divide la scuola dalla società”. Sarà proprio il bistrattato e additato centro barbaricino a far incontrare i due mondi, in uno stile inconfondibile che richiama Guttuso, Picasso, Léger passando attraverso le pareti delle case tipiche sarde. Battaglie politiche e sociali della Sardegna che trovano così sfogo in manifesti pubblici, nei colori e nelle forme delle abitazioni orgolesi. Un percorso di livello che proseguirà, poi, con gli allievi sardi Vincenzo Buesca di Orgosolo e Diego Asproni di Bitti.

Infine, ma solo a titolo esemplificativo, non trascurabile l’esperienza ancor più dirompente di Pinuccio Sciola alla Biennale di Venezia dell’ottobre 1976. Con l’installazione “Era foresta” e la diffusione del volantino ciclostilato a corredo, che utilizzò il linguaggio artistico per veicolare la propria anima politica sarda: “[…] Per l’italiano medio la Sardegna è l’isola del silenzio, non perché siamo già morti, ma perché nessuno sente o vuol sentire. […] I panni colorati del folklore nascondono la deportazione di settecentomila Sardi, la distorsione dell’economia attraverso l’impianto di una monocultura petrolchimica che ha soffocato il sistema produttivo dell’Isola; la trasformazione della Sardegna in un’immensa base militare Nato, duecentomila ettari sottratti ad agricoltura, pastorizia, pesca, turismo; il terrorismo culturale applicato sistematicamente nelle nostre scuole contro la lingua e la cultura sarda”.
Lungi dal tediare con approfondimenti su culture egemoni e subalterne, nei centocinque anni dalla fondazione del Partito Sardo d’Azione e nel ritorno benaugurante del suo “Il Solco”, non ci si poteva tuttavia esimere dal richiamare alcuni di quei grandi Maestri dell’Arte Sarda, il loro linguaggio, la narrazione e resistenza insieme a un mondo che mutava, crollando sotto ai loro piedi e che ancora pongono quesiti, che meriterebbero adeguate risposte da ciascuno di noi. Anche fuori da quelle realtà che si limiterebbero a custodire i quadri alle pareti, tralasciando però incredibilmente l’essenza della viva anima Sarda che li contraddistinse. E allora, nivolanamente: Svegliamoci Sardi!

