Sa Die de sa Sardigna. Il pensiero di Giovanni Lilliu

Maria Dolores Picciau
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Il pensiero di Giovanni Lilliu  (Barumini, 13 marzo 1914 – Cagliari, 19 febbraio 2012) rappresenta, nel panorama intellettuale sardo, l’unica vera esegesi capace di restituire a Sa Die de sa Sardigna la sua dimensione più profonda e autentica. Per il “padre dei nuraghi”, il 28 aprile 1794 non è una semplice data da celebrare con ritualità istituzionale, ma un dato di consapevolezza di un intellettuale che ha saputo scorgere, in quel tumulto, il battito vitale e il cuore antico di un’intera nazione che si risveglia. In questa visione, Sa Die smette di essere un episodio confinato nella cronaca del Settecento per farsi paradigma storico.  Non a caso l’eredità intellettuale di Lilliu trova nel tema di Sa Die de sa Sardigna non un semplice esercizio di cronaca retrospettiva, ma il punto di massima tensione tra la sua ricerca archeologica e la sua passione civile. Per lo studioso Sa Die rappresenta uno dei momenti topici in cui la “Sardegna profonda” emerge dalle nebbie dei millenni per diventare storia moderna, politica e universale. Infatti, i moti rivoluzionari vengono letti non come un evento isolato, ma come una delle espressioni significative della “costante resistenziale sarda”, trasformando la cacciata dei piemontesi in un mito fondativo per l’autodeterminazione contemporanea.

Il fulcro del pensiero dell’Accademico dei Licei risiede nell’idea che la storia della Sardegna sia segnata da un perenne conflitto tra il “blocco della resistenza” (le comunità dell’interno, custodi di una cultura millenaria) e i centri del potere coloniale. Per Lilliu, la rivolta del 1794 è la prova che questa resistenza non è solo un atto di chiusura, ma una forza capace di produrre un progetto politico. Quando il popolo di Cagliari e i contadini del Logudoro si unirono per espellere i funzionari sabaudi, non stavano solo reagendo a una carestia o a una mancanza di impieghi; stavano riaffermando il diritto di una nazione a governarsi secondo i propri codici, gli stessi che Lilliu aveva scavato tra le pietre di Barumini.

Secondo la visione espressa nei suoi scritti più maturi, Sa Die è il momento in cui la Sardegna tenta di superare il “complesso del colonizzato”. Lilliu descrive con partecipazione quasi epica la figura di Giovanni Maria Angioy, vedendo in lui la figura mitopoietica capace di saldare le istanze illuministiche europee con i bisogni ancestrali delle comunità contadine. Il viaggio dell’Alternos verso Sassari non è solo una missione diplomatica o repressiva, ma una vera e propria marcia di liberazione nazionale. Lilliu insiste sul fatto che la rivoluzione sarda avesse un respiro europeo: mentre a Parigi cadevano le teste dei re, in Sardegna si cercava di abbattere il feudalesimo in nome di un patto federale che rispettasse l’identità isolana.

Tuttavia, il racconto di Lilliu si ammanta di una venatura tragica quando analizza il fallimento di quella stagione. La sconfitta di Angioy e la successiva restaurazione sabauda vengono lette come il trionfo dei “mediatori interni”, quella classe dirigente sarda che, per conservare piccoli privilegi, tradì il sogno di una nazione sovrana. È qui che il pensiero dell’intellettuale di Barumini si fa più graffiante: egli vede nel XIX secolo e nella successiva fusione perfetta del 1847 una sorta di “suicidio politico” della Sardegna, che ha barattato la propria specialità per una cittadinanza di secondo ordine in uno Stato alieno. Sa Die, dunque, diventa lo specchio in cui riflettere le mancanze del presente: se allora i sardi ebbero il coraggio di espellere lo straniero, perché oggi accettano passivamente la marginalità?

Un aspetto fondamentale della sua riflessione è il legame tra Sa Die e la “costante resistenziale”. Per l’archeologo, il 28 aprile è la versione settecentesca della guerriglia che i sardi opposero ai romani o della resistenza dei giudicati contro le invasioni esterne. Non c’è soluzione di continuità tra la pietra del nuraghe e la barricata di Cagliari: entrambe appartengono allo stesso codice genetico di un popolo che non si è mai lasciato assimilare, e ha conservato i codici dei sottosuoli per organizzare varie forme di resistenza. Questa visione permette a Lilliu di trasformare l’archeologia in una scienza politica e in una istanza militante: scavare il passato serve a dare fondamenta solide alle rivendicazioni del futuro.

Per tutti questi motivi lo studioso esorta a non ridurre Sa Die a una sfilata di costumi o a una celebrazione folcloristica. Per lui, la “festa nazionale dei sardi” deve essere un atto di autocoscienza. Egli critica aspramente l’autonomia “ottriata” (concessa dall’alto) del secondo dopoguerra, definendola monca e priva di quella spinta ideale che animò i rivoluzionari del Settecento. La lezione di Angioy, filtrata dalla sensibilità di Lilliu, ci dice che la vera autonomia non si riceve in dono, ma si esercita attraverso la riscoperta della propria sovranità culturale e linguistica.

In questa prospettiva, la sua scrittura si fa densa, quasi magmatica, mescolando i termini della sociologia con quelli della poesia civile. Egli descrive il 28 aprile come il “giorno dell’orgoglio”, un momento di rottura in cui il sardo smette di essere “poco di buono” (secondo il pregiudizio coloniale) per farsi protagonista della storia mediterranea. Sa Die diventa così un invito a guardare oltre la cronaca degli eventi per coglierne il valore mitopoietico: la Sardegna non è una regione, è una nazione che ha vissuto la sua ora di gloria rivoluzionaria e che deve ritrovare quel coraggio per affrontare le sfide della modernità.

Il pensiero di Giovanni Lilliu su Sa Die de sa Sardigna è un testamento spirituale che ci consegna una visione della storia come lotta incessante per la dignità. La cacciata dei piemontesi non è un reperto da museo, ma una ferita aperta e, allo stesso tempo, una promessa. L’Accademico ci insegna che finché esisterà la memoria di quel 28 aprile, esisterà la possibilità di una Sardegna diversa: non più terra di conquista o di servitù militari, ma isola-nazione capace di dialogare con il mondo partendo dalla propria inalienabile identità. È un pensiero che vibra di una forza che le pietre dei nuraghi hanno conservato per millenni e che le giornate rivoluzionarie del 1794 hanno sprigionato verso l’avvenire.

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