Sgombriamo il campo da false premesse: Sa Die de sa Sardigna non nasce nel 1993.
La data ha valenza giuridica, e certifica il compimento di un primo percorso.
La Festa della Nazione Sarda è infatti stata derubricata a Festa del Popolo Sardo.
Nonostante la imprecisione del linguaggio, i sardisti hanno sempre inteso celebrare il sentimento della nazionalità sarda, e lo hanno fatto da sempre, senza attendere una legge regionale.
Lo hanno fatto prima nelle trincee (dove è maturata una profonda coscienza sardista e nazionalitaria).
Poi in tutte le manifestazioni pubbliche (dai 35 Congressi sino a tutti i comizi elettorali), nella stampa e nella comunicazione politica a tutti i livelli.
Quando una legge istituzionalizza un evento mitopoietico, arriva sempre in ritardo, e fotografa, in qualche misura, un fenomeno che è entrato a far parte dell’immaginario collettivo.
Al di là delle parole della legge regionale, che peso ha Sa Die nella coscienza collettiva della Nazione Sarda?
La Festa della Nazione è un atto che celebra una nobilitazione: la Nazione ricorda, se li ha, i martiri, gli Eroi, gli eventi significativi a partire dai quali il sentimento si è tradotto in concetto: la costruzione della Nazione.
Questo evento ad alto tasso di emozione ci ricorda che ogni comunità ha il diritto di liberarsi dagli oppressori e di costruire il proprio futuro.
Una Festa è perciò momento di ri-aggregazione attorno a una bandiera unificante, e serve a ricordare a tutti che la Nazione non nasce oggi, ma affonda le radici in un passato che può essere glorioso o altamente significativo.
Sfatiamo alcune fake news: qualsiasi comunità può decidere di giungere allo status di Nazione; essere Nazione è un sentimento che può sfociare in un progetto politico (e si parlerà di dimensione nazionalitaria nel primo caso, e di Nazione giuridicamente fondata dall’altro); ogni comunità autodeterminata si riconosce come Nazione perché può vantare simboli unificanti, parole d’ordine, Eroi condivisi, eventi significativi, radici etniche di lungo periodo.
Sa Die, pur con tutti i limiti di una Festa che non ha potuto contare sulla parola chiave (Nazione), rientra nel vastissimo scenario internazionale delle feste nazionali (o nazionalitarie).
Sa Die è una festa della identità ritrovata: dopo millenni di oppressione e di resistenza, una comunità isolana decide di auto-riconoscersi, e sceglie un simbolo unificante che parli di resistenza all’oppressione, di autodeterminazione realizzata da un soggetto attivo della storia.
Ma contrariamente ai paradigmi progressisti, il reale non è sempre razionale, e non è affatto vero che chi perde una battaglia abbia perso i diritti storici di sentirsi Nazione.
Quando i sardisti hanno parlato di Nazione abortita e fallita, si riferivano al solo fatto che la Nazione Sarda non era riuscita a diventare Stato.
Ma gli stessi sardisti sapevano bene che il sentimento nazionalitario abitava, e tuttora abita, in ciò che le sconfitte storiche neppure toccano: i sottosuoli depositari delle radici etniche di lunga durata.
Quando non possono emergere come concetto, queste radici lavorano sott’acqua nelle forme della lingua letteraria e poetica, negli usi ancestrali del sapere materiale, nei codici giuridici orali, nei paesaggi etnici.
Dappertutto, nel mondo, le varie Feste diventano eventi pubblici dopo lunghissime sedimentazioni storiche.
In questo senso, anche Nazioni perdenti sul piano effettuale della storia politica, possono continuare a sentirsi Nazioni e a celebrare il passato eroico, le epopee unificanti, gli eventi in cui la Nazione sconfitta ha comunque potuto contare su un sentimento resistente.
La Corsica sconfitta in battaglia ha celebrato il mito della Nazione corsa attorno alla sua figura eroica più rappresentativa: Pasquale Paoli. La Corsica ha trovato l’Eroe che perde la lotta rivoluzionaria di liberazione per l’indipendenza, perché Paoli è stato una figura capace di unificare trasversalmente il sentimento della nazionalità corsa.
Sa Die de sa Sardigna ha scelto giuridicamente di celebrare un evento etnosimbolico incarnato nel contesto europeo della Rivoluzione Francese.
Il 28 aprile, con buona pace di tanti storici, non è un evento storico ma mitico-politico.
La cacciata dei Piemontesi ben potrebbe inserirsi in un contesto di immediata Restaurazione dell’Ancien Regime, ma non è questa la logica della Mitopoiesi.
Nell’immaginario mitopoietico poco importa se l’episodio della cacciata come momento di liberazione nazionale non sia poi andato a buon fine.
Ciò che conta è il suo senso trascendente: da un episodio mitico-politico si deve trarre una lezione che trascende l’evento storico.
La lezione è universalmente acquisita: la sconfitta di oggi non pregiudica la vittoria di domani; la resistenza all’oppressione diventa simbolo di unificazione nazionale; il simbolo della liberazione ha perciò un senso più vasto, e si proietta nell’avvenire.
In questo senso, il mito di Angioy e l’epopea rivoluzionaria del triennio 1793-1796 non sono stati vissuti come momento di unificazione nazionale.
Angioy non fu Eroe nel senso che la Mitopoiesi su scala mondiale assegna agli Eroi perdenti: secondo le chiare parole, assai taglienti e allusive del Barone Giuseppe Manno, <<non fu uomo di Plutarco>>, cioè non fu Eroe tutto d’un pezzo, coerente e senza macchie.
Angioy fu semplicemente un uomo inserito nelle spire dell’effettualità politica, e pagò, come tutti, i limiti delle azioni politiche contingenti.
Anche Pasquale Paoli, che pur nella sua furia antifrancese, consentì alle navi francesi di tentare lo sbarco in Sardegna, avrebbe potuto essere giudicato come Angioy.
Ma Paoli per i corsi fu <<uomo di Plutarco>>, vale a dire fu considerato figura rappresentativa e unificante della Nazione corsa e della sua Mitopoiesi.
A partire dal primo sardismo, il PSdAz non si è accontentato di seguire le indicazioni della storiografia idealista e progressista.
I sardisti hanno sin da subito compreso che la Mitopoiesi unificante poteva anche prescindere dai meri eventi storici: per qualche tempo ha pesato l’immaginario delle trincee e del mito eroico di Lussu; in contemporanea, grazie a Bellieni, dietro il combattentismo si sono visti i nuraghi emblema di una civiltà indomita e indipendente, e perciò portatrice del più alto tasso possibile di nobilitazione; con la riscoperta della civiltà giudicale, anche il mito di Eleonora e della Carta de Logu hanno avuto la funzione di porsi come ulteriore tassello di una complessa Mitopoiesi di lungo periodo.
Infine, la riscoperta di Angioy ha proiettato nella contemporaneità un altro tassello mitopoietico.
Sa Die de sa Sardigna ha scelto di fondare una Mitopoiesi che sembra avere anche il conforto rassicurante della verità dei fatti storici.
È una scelta che tuttavia prescinde largamente dalla storiografia, per almeno cinque ragioni che rappresentano altrettanti elementi mitopoietici:
- l’idea di una Nazione Sarda che mira a una qualche idea di indipendenza;
- l’idea che siano necessarie forme di resistenza contro gli Invasori di ogni tempo, secondo il paradigma anticolonialistico;
- l’idea che la Sardegna tutta debba riconoscersi in una qualche Epopea sintetizzata nella figura di un Eroe carismatico identificabile come <<uomo di Plutarco>>;
- l’idea che per sentirsi Nazione occorra sviluppare una narrazione coerente in grado di nobilitare gesta rivoluzionarie, e di mobilitare la Nazione Sarda verso l’autodeterminazione;
- l’idea che la Nazione Sarda non è condannata all’autonomia dipendentistica ma può tornare a rigenerarsi se solo ritrovi il senso della coesione nazionale sui grandi temi.
Dietro Sa Die si erge la grande narrazione della storia di lunga durata.
Come aveva intuìto Bellieni, e su altri piani Pilia, la civiltà nuragica insegna che esiste un passato non identificabile nella somma delle dominazioni subìte; è esistito un tempo di indipendenza nobilitante; i segni visibili di quella grandiosa storia sono visibili e parlano ancora con il linguaggio dell’etnosimbolismo: quelle radici non sono mitografie museali, ma segni utili per ispirare nuove mobilitazioni.
Nel solco della lunga durata è ben possibile riconoscere la emersione di tappe significanti, storicamente accertabili, e poco importa se abbiano subìto la sorte della sconfitta storica.
Sa Die è una di queste emersioni: in un dato crinale storico, la Nazione Sarda ha sintetizzato secoli di resistenza in un aperto tentativo rivoluzionario.
Ogni 28 aprile celebriamo una Festa Sardista che però opera come Festa della Nazione Sarda.
Il giorno della cacciata dei Piemontesi celebriamo un senso mitopoietico più generale: il mai tramontato obiettivo di dare una risposta storica alla domanda di liberazione per l’indipendenza.
La lotta per la libertà e l’autodeterminazione è sempre nuova, ma ha radici ancestrali.
Senza simboli condivisi nessuna Nazione ha la forza storica di affermare i propri diritti.
Ciò che conta non è la storia contingente che siamo stati, ma la storia che vogliamo essere e che siamo disposti a costruire tramite il ricorso al binomio Radici/Ali.
La nobilitazione storica prepara la mobilitazione politica di oggi e di domani.
Ecco perché oggi celebriamo i nostri Eroi, gli esuli che il dispotismo aveva condannato alla morte e all’oblio, gli episodi generosi soffocati con la repressione.
I sardisti hanno insegnato al mondo che la storia non si rimuove, non si cancella, non si disconosce.
La storia si prende tutta, senza eccezioni, e da quella trama si ricavano gli elementi per progettare il futuro.
Sa Die è perciò la Festa della Memoria e del Progetto.
