Le donne nel Partito Sardo d’Azione

Nella storia politica isolana, il Partito Sardo d’Azione non è stato soltanto un’organizzazione di uomini e di reduci, ma un organismo vivente nutrito dal coraggio silenzioso e dalla militanza di donne straordinarie. Queste figure hann

Maria Dolores Picciau
8 minuti di lettura

Nella storia politica isolana, il Partito Sardo d’Azione non è stato soltanto un’organizzazione di uomini e di reduci, ma un organismo vivente nutrito dal coraggio silenzioso e dalla militanza di donne straordinarie. Queste figure hanno rappresentato il valore aggiunto, la linfa che ha permesso all’ideale sardista di resistere anche nei momenti di più nera repressione. Eppure, per decenni, i volumi ufficiali hanno relegato il loro contributo a una nota a margine, un’omissione che oggi sentiamo il dovere di colmare con una narrazione partecipe e consapevole. Le donne sardiste non furono semplici spettatrici, ma protagoniste di un impegno antifascista e nazionalitario che intrecciava la cura della terra alla visione di un futuro libero.

In questo firmamento di intelligenze, la figura di Marianna Bussalai brilla di una luce propria, quasi ancestrale eppure modernissima. Nata nel 1904 a Orani, Marianna trascorse l’esistenza in quel microcosmo barbaricino che, grazie a lei e alla sorella Ignazia, divenne una cellula di resistenza intellettuale vibrante. Formata da perfetta autodidatta tra i romanzi russi e la filosofia, Marianna possedeva una cultura enciclopedica che metteva interamente al servizio della sua isola. La sua casa in piazza Santa Gruche non era solo un’abitazione, ma un crocevia di idee. Pur scrivendo poesie e saggi su riviste come Lux e Il Solco, la sua produzione rimase frammentaria, quasi a voler sottolineare una pratica di scrittura che fuggiva le istituzioni ufficiali per restare fedele alla terra. Fu lei, con una maestria che univa l’artigianato al radicalismo politico, a cucire a mano il primo simbolo ufficiale del partito: un gesto di amore concreto che trasformava il filo e l’ago in strumenti di sovversione identitaria. Marianna non cercava la gloria, ma la coerenza. In una lettera del 1944, esprimeva un’angoscia profonda per la sorte del partito, temendo che la “sacra fiamma” potesse spegnersi in formazioni nazionali. Per lei, essere “autonomisti” in un partito italiano sarebbe stata una beffa; il sardismo era un’appartenenza totale, un’identità che non ammetteva sconti. La sua morte prematura nel 1947 lasciò un vuoto incolmabile, ma anche una lezione di militanza disorganica eppure vivacissima.

Accanto a lei, in quella che venne definita la “Triade Femminista Sardista”, troviamo Graziella Sechi Giacobbe, una donna la cui individualità ricca e originale è stata per troppo tempo oscurata dall’ombra del marito Dino. Graziella non fu solo la compagna di un leader, ma una combattente in prima linea. La sua fede antifascista era un fuoco che non si spegneva davanti alle minacce del regime. Nel 1937, subì l’umiliazione di ventisei giorni di carcere per aver espresso solidarietà a un giovane caduto in Spagna contro i franchisti. In quel momento buio, davanti ai carcerieri, Graziella non abbassò lo sguardo: dichiarò con fierezza che il fascismo non era un regime di libertà. Mentre il marito era in esilio, lei restava a Nuoro, pilastro di una famiglia numerosa, educando i figli alla giustizia e alla libertà sotto l’occhio asfissiante della sorveglianza. Le lettere che scambiava con Dino, cariche di amore e di politica, sono la testimonianza di una vita vissuta come necessità morale. Graziella incarna la speranza che non cade dal cielo, ma che si costruisce con l’agire quotidiano, un esempio di coraggio sardista che non chiedeva il permesso di esistere.

Insieme a loro, Mariangela Maccioni completava questo sodalizio di menti libere. Ma il contributo femminile non si fermò alla resistenza degli anni Trenta. Margherita Ciampo Bellieni, arrivata dall’Irpinia e diventata sarda per scelta e per amore di Camillo Bellieni, portò nel PSd’Az una spinta organizzativa moderna. Fu lei a intuire la necessità di sezioni femminili che portassero le linee del partito tra le donne, convinta che la militanza dovesse essere spirituale prima ancora che politica. La sua attività nelle piazze di tutta l’Isola, i suoi comizi e la fondazione dell’Associazione femminile per la Rinascita isolana nel 1949, segnarono la strada per una partecipazione femminile strutturata, che avrebbe trovato riconoscimento ufficiale solo molti decenni dopo.

Questa eredità di coraggio è giunta fino a Cecilia Contu, una donna che ha saputo tradurre il sardismo dei padri in un’azione amministrativa moderna e pragmatica. Figlia di Anselmo Contu, Cecilia non ha vissuto di rendita politica, ma ha costruito un percorso di eccellenza, diventando la prima donna Presidente della Provincia di Cagliari e Segretaria nazionale del partito. Per lei, il sardismo è sempre stato una “dimensione dello spirito”, l’unico strumento per raggiungere l’indipendenza della nostra terra. Nelle sue parole e nel suo operato per la difesa dell’ambiente, si avverte lo stesso battito che animava Marianna Bussalai: l’idea che la Sardegna non sia un’appendice, ma un centro di civiltà.

Esiste poi una storia sommersa, che non trova riscontro nei documenti d’archivio, o nella scrittura, ma che forse rappresenta la parte più viva e interessante del ruolo essenziale giocato dalle donne nella salvaguardia della identità del PSdAz negli anni della soppressione dei partiti. Senza il contributo reticolare, cooperativistico, silenzioso delle donne sardiste il partito non avrebbe mai potuto diventare la prima organizzazione politica isolana subito dopo la ricostituzione dei partiti.

Infatti, il periodo che va dal 1926 al dopoguerra è stato il banco di prova di queste esistenze. Quando il fascismo sciolse il PSd’Az e ne devastò le sedi, furono le donne a garantire la continuità sommersa del partito. Furono loro il collante che mantenne i contatti tra i confinati e le basi, loro a proteggere i documenti, portare aiuto nelle campagne, custodire le bandiere simbolo di identità e libertà. Furono loro a crescere nuove generazioni nel culto della Nazione Sarda mentre fuori tutto parlava di centralismo e obbedienza. È un lavoro di cura politica e umana che non ha ancora ricevuto il giusto tributo. Queste donne non chiedevano ruoli, chiedevano libertà; non cercavano visibilità, ma giustizia per il popolo sardo. La loro storia ci suggerisce che l’identità non è un reperto da museo, ma una pratica quotidiana di resistenza. Ricordare le donne sardiste significa oggi restituire al PSd’Az la sua metà mancante, quella più resistente e operosa, quella che ha saputo trasformare la dimensione privata del sacrificio in una visione pubblica di riscatto. Oggi, la loro voce risuona come un monito per i giovani: studiare, agire in pienezza di coscienza e non smettere mai di sognare quella Sardegna libera e federale che Marianna, Graziella e Margherita, e con loro le migliaia di donne senza nome, avevano già visto nel loro orizzonte, oltre le sbarre della prigione e oltre le nebbie della repressione.olving and optimization.

Condividi questo articolo