Non è la prima volta che parlo e scrivo de “Sa die de sa Sardigna”. Quando, il 14 settembre 1993, fu approvata la legge regionale n° 44 che stabiliva la giornata di festa del popolo sardo, io, fin d’allora, feci notare che la data e l’episodio storico scelto da celebrare non corrispondevano a un concetto di generalità perché si riferivano ad un avvenimento del 1794 svoltosi solo a Cagliari, e non interessava il resto dell’isola (meglio sarebbe stato il 26 febbraio giorno dell’approvazione dello Statuto avvenuto nel 1948). L’allora Presidente non mi ascoltò; ed eccoci ora a magnificare annualmente un episodio storico più vergognoso che esaltante fra i tanti che macchiano la Storia sarda dal Mille avanti Cristo ad oggi.
Siamo nell’inverno del 1792-93, in piena Rivoluzione francese, quando il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta erano rinchiusi in una buia cella in attesa di essere ghigliottinati
Non si sa perché, un corpo di spedizione militare di rivoluzionari d’Oltralpe venne nell’sola a portare “libertà, fraternità, uguaglianza”. Se li avessimo accolti, sicuramente ci avrebbero liberati dagli odiati sovrani Savoia, ci avrebbero affrancati dai vecchi nobili parassiti locali, ci avrebbero riuniti in un’unica Nazione tutta sarda. Era il primo tentativo della neo “Repubblica Francese” di diffondere fuori dai propri confini i principi rivoluzionari teorizzati dai grandi filosofi Illuministi.
Contemporaneamente, l’8 gennaio presero Carloforte nell’isoletta di San Pietro, ribattezzata l’Isola della Libertà, dove il propagandista giacobino Filippo Buonarroti istituì il primo Stato rivoluzionario d’Europa con forma costituzionale di
Repubblica, regolato dal bellissimo Code de la Nature (di cui possiedo una copia).
E noi, che facemmo? Istigati dal clero e dalla nobiltà locale, li combattemmo e li mandammo via a calci nel sedere, compresi quelli di Carloforte che dopo quattro mesi e mezzo lasciarono l’isoletta con “l’Albero della Libertà”.
Dopo questa sciocchezza, inviammo ingenui una delegazione a Torino dal Re sabaudo per chiedergli una doverosa ricompensa; che lui, ovviamente, non ci diede. Per nulla soddisfatti, tornammo a Cagliari a fare “La Sarda Rivoluzione” con rotture di sedie, espulsioni di impiegati forestieri ed il linciaggio di due funzionari.
Ora, a distanza di più di due secoli, la celebriamo ogni 28 aprile col nome di “Sa Die de sa Sardigna”, cantando a squarciagola la nostra Marsigliese: “Procurade moderare barones sa tirannia”, che in italiano significa: “O baroni (di ieri e di oggi), siate pure tiranni, ma con moderazione”. No comment.
Non rievoco con orgoglio questo sciagurato episodio. Sono un Sardista convinto, e mi piacerebbe vedere il mio popolo compatto agire nell’interesse della nostra bellissima terra. In quarant’anni di pensiero ho elaborato una filosofia storica rivoluzionaria chiamata “Dottrina della Statualità” che, se applicata all’area italiana, dimostra senza alcun dubbio che lo Stato di cui siamo tutti cittadini, attualmente chiamato Repubblica Italiana “… non è altro che l’antico Regno di Sardegna ampliato nei suoi confini” (G. BALLADORE PALLIERI, Diritto costituzionale, Milano 1976, cap. III).
Questo è da esaltare e trasformare in rivendicazione politica in modo da averne tutti i vantaggi possibili, e non la locale e minima “Die de sa Sardigna”.
Ed allora, se così è, perché non celebrare invece la nascita dello Statuto della Regione autonoma della Sardegna, che riguarda tutti i sardi e non solo i cagliaritani?
Lo Statuto è la nostra Carta fondamentale, che abbiamo ottenuto con mille sacrifici e centomila battaglie. Di questo sì che dobbiamo essere fieri, tutti quanti, ma a una condizione: nessuno pensi che sia stato un punto di arrivo. Il 26 febbraio ci deve ricordare che tutti assieme ce la possiamo fare per ottenere ciò a cui aspiriamo. Ma dobbiamo volerlo e dobbiamo crederci fino in fondo.
