Sa Sardigna durat. E nois?

Claudia Camarda
6 minuti di lettura

Nois bi semus.

Dicono che i bambini riescano ancora a vedere certe cose che gli adulti, col tempo, imparano a non notare più.

Ho immaginato una bambina: dieci anni, Nuoro, una nonna che parla in sardo e un mondo che le chiede di crescere troppo in fretta. L’ho chiamata Eleonora.

Non è un nome scelto a caso.

Perché in Sardegna ci sono nomi che attraversano i secoli. Nomi che sembrano portarsi dietro qualcosa che resta. Eleonora è uno di quei nomi.

Questa è la sua lettera.

Mi chiamo Eleonora e ho dieci anni.

L’altro giorno ho sentito mia madre parlare al telefono. Diceva che la Sardegna è bellissima, ma che qui non c’è futuro.

L’ha detto piano, come si dicono le cose ormai date per sicure.

Io però ci ho pensato tutta la sera.

Se un posto non ha futuro, allora a cosa serve amarlo?

L’ho chiesto a mia nonna.

Lei è rimasta in silenzio per un po’. Poi mi ha detto:

«Il futuro non arriva da solo. Il futuro qualcuno lo costruisce.»

Le ho chiesto:

«E perché allora tutti dicono che qui non c’è?»

Lei mi ha guardato e ha detto:

«Perché a volte i popoli si stancano. E quando si stancano cominciano a pensare che il loro destino debba deciderlo sempre qualcun altro.»

Poi mi ha raccontato una cosa.

Mi ha detto che tanti secoli fa in Sardegna c’era stata una donna chiamata Eleonora. Una donna che non aveva avuto paura di decidere e di prendersi delle responsabilità.

«E allora perché oggi tutti sembrano avere paura?»

Lei ha sorriso triste.

«Perché avere paura è più facile che sentirsi responsabili.»

Poi mi ha parlato della lingua sarda.

A scuola la maestra ci aveva detto che è una delle lingue più antiche. Io quel giorno ero tornata a casa tutta contenta. Mi sembrava una cosa bella pensare che le parole che dice mia nonna esistessero da tantissimo tempo.

Però poi ho iniziato a farci caso davvero. Quasi nessuno la parla più. Non i ragazzi. Quasi mai i genitori. A volte nemmeno i nonni con i nipoti.

E questa cosa mi fa un po’ triste.

Perché quando sento parlare in sardo mia nonna, mi sembra che le parole siano più calde. Non so spiegarlo bene. Mi sembra che dentro ci sia qualcosa di nostro.

Ho chiesto a mia nonna perché tanti non lo parlano più il sardo.

Lei mi ha detto:

«Per tanti anni la gente pensava che per sembrare più importante dovesse smettere di parlare sardo.»

Poi è rimasta zitta un momento.

«E senza accorgercene abbiamo cominciato a dimenticarci di noi stessi.»

Io non ho detto niente.

Però ho pensato che forse una lingua non muore solo quando la gente smette di parlarla. Forse muore quando la gente viene portata a vergognarsene.

Poi mia nonna ha detto un’altra cosa.

«Le cose importanti non spariscono tutte insieme. Spariscono poco alla volta.»

Ho pensato ai paesi vuoti. Ho pensato che forse anche il futuro sparisce così, poco alla volta.

Io ho dieci anni e posso fare poco ancora. Ma gli adulti no.

E allora continuo a chiedermi una cosa: cosa state aspettando?

Eleonora (10 anni, Nuoro)

Eleonora non esiste.

O forse esiste ogni volta che questa terra prova a non dimenticarsi di sé stessa.

Esiste nelle persone che scelgono ancora di restare, di costruire, di assumersi responsabilità invece di limitarsi a guardare tutto da fuori.

Perché è facile accusare, è facile dire ogni giorno cosa non funziona, ma è molto più difficile metterci la faccia, esporsi, restare anche quando sarebbe più semplice arrendersi al disincanto.

Ma sarebbe troppo semplice dividere tutto tra chi critica e chi costruisce.

Esiste anche un’altra responsabilità: quella di chi resta non per servire una comunità, ma per usare quella comunità.

Anche questo i Sardi lo hanno visto troppe volte.

Ed è per questo che “Nois bi semus” non può essere soltanto uno slogan. Deve essere una scelta.

La scelta di esserci ancora: non per abitudine, non per interesse, ma perché si sente ancora il dovere di lasciare a chi verrà dopo una Sardegna capace di credere in sé stessa.

Perché i popoli non spariscono quando perdono qualcosa. Spariscono quando si convincono che non valga più la pena difendere ciò che sono.

Forse è questa la risposta che Eleonora aspetta dagli adulti: sapere che no, non tutti hanno smesso di crederci.

E che anche oggi, in fondo, questa terra ha ancora bisogno delle sue Eleonora.

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