Le molte facce del colonialismo culturale in Sardegna

Stefano Lavra
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Quando sui social ricompare il presunto brano di Grazia Deledda: _”Noi siamo Sardi, siamo spagnoli, siamo africani, siamo fenici, siamo cartaginesi, siamo romani…”_ molti lo condividono con l’intento di celebrare un’isola “aperta”. Suona inclusivo, suona mediterraneo, suona rassicurante. Il 7 agosto a Olbia è andato di scena il concerto di Jovanotti, che ha letto da un pezzo di carta il testo fintamente attribuito al nostro Nobel.

Peccato che Deledda non l’abbia mai scritto.

E proprio da quel falso si apre una ferita più grande: la storia di una Sardegna raccontata per decenni con parole che non sono le sue. È la storia di un colonialismo che non ha usato solo le armi, ma anche la penna, la scuola, il turismo, e oggi gli algoritmi.

Il testo non ha fonte, non compare in nessuna novella, in nessuna lettera, in nessun articolo. È un collage contemporaneo messo in bocca a un Premio Nobel per dargli autorevolezza.

Grazia Deledda non avrebbe mai fatto quell’accostamento per tre motivi che sono il cuore della sua opera: Deledda infatti non riduceva i sardi a un mosaico di dominati. Per lei l’identità non nasce da chi ti invade, ma da chi resiste dentro. Nei suoi romanzi il popolo sardo ha leggi proprie, un codice morale, una lingua, un rapporto col paesaggio che lo forma. Non è la somma di fenici, romani, spagnoli. È un soggetto ben definito.

Deledda  poi raccontava una libertà mai violata fino in fondo. Anche nella povertà, anche nell’ignoranza imposta dallo Stato italiano, i suoi personaggi conservano una dignità che non chiede permesso. È la stessa fierezza che rivendicò a Stoccolma nel 1926: parlò di “una piccola isola”, ma di un popolo grande. Lei raccontava la fatica, il sacro, la fede, l’onore, la durezza. Mettere insieme popoli in una frase ad effetto è proprio il tipo di folklore da cartolina che lei rifuggiva.

Attribuirle quel falso significa trasformarla in testimonial di una Sardegna “senza centro, fatta solo di stratificazioni subite”. Il contrario esatto del suo pensiero.

Se vogliamo capire come Deledda vedeva il colonialismo, non dobbiamo inventare frasi. Dobbiamo leggere due novelle fondamentali: Colpi di scure del 1905 e Il nostro padrone 1910.

Qui il colonialismo non è culturale soltanto. È fisico. È l’accetta che entra nel bosco, è il capitale che compra la terra, è il predone che arriva da fuori.

In Colpi di scure Deledda descrive il disboscamento selvaggio della Sardegna, e più in particolare nella Barbagia nel territorio di Lula di fine Ottocento (dove il babbo aveva dei possedimenti terrieri). Arrivano le compagnie, arrivano i contratti, arrivano gli operai forestieri. E calano le scuri.  Non è solo taglio di alberi. È taglio di radici. I boschi di lecci e sughere non sono “risorse”. Sono casa, sono riparo, sono memoria, sono parte del corpo della comunità. Quando cadono, cade con loro un modo di vivere. 

Deledda condanna senza appello questa violenza: è lo sfruttamento di chi vede la terra sarda come cava a cielo aperto, come materia da consumare e abbandonare. È il colonialismo economico che lascia dietro di sé deserti.

In Il nostro padrone la denuncia si fa ancora più diretta. Il “padrone” del titolo non è un uomo. È il sistema. È la speculazione fondiaria, sono i nuovi proprietari che comprano, recintano, escludono. I sardi diventano salariati nella propria terra. 

Qui Deledda mostra il meccanismo: prima ti tolgono la gestione del territorio, poi ti tolgono il racconto del territorio. Ti dicono che non sei capace, che serve qualcuno “più moderno” a valorizzarlo. È il colonialismo che si fa paternalismo.

In entrambe le novelle emerge una verità centrale per Deledda: la cultura sarda è parte integrante della natura e della terra madre. Non c’è separazione. Offendere il bosco è offendere la comunità. Vendere la terra è vendere l’anima.

Eppure, in mezzo alla devastazione, c’è resistenza. È una Sardegna ferita, certo, ma che non si arrende ai continui assalti dei predoni. I suoi personaggi perdono, ma non delegano. Continuano a nominare i luoghi, a ricordare le leggi antiche, a difendere con il corpo ciò che resta. Da Colpi di scure a oggi, il metodo purtroppo è cambiato poco, cambiano solo gli strumenti che sono sempre più potenti e aggressivi nei confronti di una Sardegna che vuole vivere in pace seguendo i propri ritmi e le proprie aspirazioni non dettate da modelli predatori globalizzanti.

Per decenni il sardo a scuola era “dialetto”. Vietato. Umiliato. Negare la lingua  infatti è il primo passo per convincere un popolo che il suo pensiero vale meno.

Le insidie che si affacciano quotidianamente sono tante,  anche ridurre tutto a “folklore e porceddu” in modo superficiale è molto pericoloso nel processo di inculturazione. La Sardegna rischia di  diventare scenografia per altri. I saperi  e la laboriosità  delle genti del mondo delle campagne, della vivacità culturale dei vari linguaggi, artistica, dell’artigianato, i poeti, l’intellighenzia, gli scienziati sardi spariscono dall’inquadratura.

La faccia del “siamo tutti un po’…’”

È la faccia del falso Deledda. Se siamo “fenici, romani, spagnoli, africani” allora non abbiamo un’identità da difendere. Non abbiamo continuità, non abbiamo diritti specifici, non abbiamo torti da riparare. È la più subdola delle cancellazioni. “La Sardegna è bellissima, peccato per i sardi”, “basta con le lamentele…”. È l’idea che l’isola sia un minore da tutelare. Che serva sempre un “padrone” nuovo a gestirla. È “Il nostro padrone” versione 2026.

Contro tutto questo, Deledda opponeva una Sardegna soggetto, non oggetto, protagonista.

Non negava i contatti con il Mediterraneo, ma li metteva sullo sfondo. In primo piano c’era sempre la comunità che filtrava, sceglieva, adattava, resisteva. Una cultura che non è un contenitore passivo, ma un organismo vivo.

Ecco perché il falso “siamo spagnoli, siamo africani” le avrebbe fatto male. Perché sposta il fuoco dal presente al passato, dalla responsabilità al destino. Perché trasforma i sardi da protagonisti a comparse della propria storia.

Leggere oggi Colpi di scure e Il nostro padrone, è molto istruttivo. Ci ricorda che la difesa della terra e la difesa della lingua sono la stessa battaglia. Ci ricorda che speculazione e colonialismo culturale viaggiano insieme. E ci ricorda che resistere è possibile.

Chiudere con un falso per sembrare aperti, significa aprire la porta a chi vuole decidere per noi. Deledda ha passato la vita a raccontare uomini e donne che, anche nel dolore, decidevano del proprio destino. È a quella fierezza che dobbiamo tornare, non alle frasi inventate.

La Sardegna di Deledda è ferita, ma in piedi e finché ci saranno parole per nominarla, non sarà di nessun “padrone”.

Stefano Lavra

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Segretario sezione Dorgali-Cala Gonone
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