Sa Die de sa Sardinia come problema storiografico

Alberto Monteverde
12 minuti di lettura

La ricorrenza di Sa Die de sa Sardinia, celebrata ogni anno il 28 aprile, è oggi uno dei principali simboli civili e identitari dell’isola. Si ricorda la sollevazione del 1794, quando a Cagliari la popolazione insorse contro il governo viceregio costringendo alla partenza il viceré e molti funzionari sabaudi.

Tuttavia, ridurre questa data a una semplice festa del “riscatto nazionale sardo” sarebbe storicamente non adeguato. Sa Die de sa Sardinia rappresenta infatti un problema storiografico, perché obbliga a interrogarsi non solo sui fatti del 1794, ma anche sul modo in cui quei fatti sono stati scelti, narrati, chiarificati e resi memoria collettiva. La festa, istituita nel 1993 come “Giornata del popolo sardo”, proietta nel presente motivazioni ed emotività connessi ad un evento consumatosi sul finire del secolo dei lumi e delle rivoluzioni, attribuendogli significati politici e culturali non sempre coincidenti con quelli originari.

La rivolta del 28 aprile 1794 costituisce il nucleo storico della ricorrenza, talora ricordata come “vespro sardo”. Il contesto è quello della Sardegna di fine Settecento, parte del sistema politico sabaudo, attraversata da forti tensioni generate dalla crisi dell’antico regime, dalla sanguinosa guerra con la Francia rivoluzionaria e dalle difficoltà nel rapporto tra il governo centrale e le élites locali. L’innesco fu il rifiuto regio di accogliere alcune richieste politiche e amministrative avanzate dai Sardi, tra cui un maggiore accesso alle cariche pubbliche e una più ampia considerazione degli interessi dell’isola. Aspirazioni che parevano ragionevoli se non doverose, anche in considerazione del magnifico comportamento dei difensori sardi in occasione della tentata invasione della Sardegna da parte della Francia rivoluzionaria nel febbraio 1793. La cacciata dei funzionari da Cagliari divenne così il momento simbolico di una più ampia rivendicazione di dignità politica.

In tale ambito emerge già una prima questione storiografica: quel che la memoria collettiva sintetizza in un gesto unico e compatto è, in realtà, il risultato di processi diversi. Vi confluiscono conflitti istituzionali, rivalità sociali, aspirazioni riformatrici e tensioni tra centro e periferia. Parlare di “popolo sardo” in senso moderno può essere suggestivo, ma rischia di appiattire la complessità di una società ancora divisa per classi, dove la coscienza nazionale era ancora un sentire incerto, non paragonabile al sentimento e alla consapevolezza che si diffonderà tra l’ottocento risorgimentale e la Prima Guerra Mondiale. La storiografia, perciò, ha il dovere di distinguere tra evento, interpretazione e uso pubblico dell’evento.

Ingresso trionfale di Giovanni Maria Angioy a Sassari (Sassari, Palazzo della Provincia, Salone delle adunanze, Giuseppe Sciuti, 1878)

Festa e costruzione dell’identità

Sa Die de sa Sardinia, ossia Il Giorno della Sardegna, è una giornata di festività istituita dal Consiglio regionale della Sardegna con la legge regionale 14 settembre 1993, n. 44, definita Giornata del popolo sardo. Il fatto che tale festività sia stata istituita solo nel 1993 è fondamentale per comprendere il suo valore storico-politico. Non si tratta di una festa antica tradizione, tramandata intatta nel tempo, bensì di una creazione istituzionale contemporanea, nata in un contesto storico e in un clima di rinnovata attenzione per l’identità sarda e per la sua rappresentazione pubblica. La legge regionale volle trasformare il 28 aprile in una giornata di riflessione e partecipazione, destinata soprattutto alle scuole e alle iniziative civiche. In questo senso, la festa non si limita a commemorare il passato: costruisce anche un certo modo di leggerlo.

Questa dimensione rende Sa Die un caso esemplare di storiografia della memoria. Ogni commemorazione seleziona un episodio, ne enfatizza alcuni aspetti e ne oscura altri. Nel caso sardo, la festa ha spesso assunto il tono di una celebrazione del riscatto, della resistenza contro il dominio esterno e della continuità tra il 1794 e le rivendicazioni autonomistiche contemporanee.

In alcune occasioni e particolari consessi, la rivolta è stata presentata come momento fondativo di una nazione sarda oppressa ed infine consapevole di sé. Tale lettura, se efficace dal punto di vista della comunicazione politica, non coincide necessariamente con la realtà storica del tardo Settecento in Sardegna.

La vera Festa della Regione Autonoma della Sardegna

In proposito, è utile ricordare che la vera Festa della Regione Sardegna, ancora oggi in vigore, fu istituita con la legge regionale n. 13 del 29 maggio 1950. La festività ricorda la discussione del progetto di legge costituzionale relativo allo Statuto Speciale per la Sardegna da parte dell’Assemblea costituente, avvenuta il 28 e il 29 gennaio 1948. Il progetto di legge fu votato a scrutinio segreto e approvato la sera del successivo 31 gennaio. Le date suddette, costituendo un forte nesso storico e morale, coincidono con la ricorrenza della vittoriosa Battaglia dei Tre Monti, combattuta dai fanti della Brigata “Sassari” sull’Altopiano di Asiago tra il 28 e il 31 gennaio 1918. Forse la più memorabile impresa delle fanterie sarde, all’ora guidate dal Generale Carlo Sanna, l’indimenticabile Babbu Mannu dei fanti isolani.  La festività fu celebrata per la prima volta il 28 gennaio 1951. Negli anni successivi la ricorrenza fu accompagnata da solenni festeggiamenti. Il 30 Gennaio 1955, in occasione della Festa della Regione Sardegna e ricorrenza della Battaglia dei Tre Monti, nel Largo Carlo Felice a Cagliari, assieme ai Gonfaloni di Sassari, Cagliari e Nuoro, sfilò il Gonfalone di Trieste, città irredenta annessa al Regno d’Italia nel novembre del 1918. A partire dal 1956, su esplicita delibera della Giunta regionale, la ricorrenza fu celebrata con semplicità e sobrietà la prima domenica successiva alla data del 28 gennaio.

Il significato dell’evento

Il vero problema storiografico riguarda proprio il significato della commemorazione del 28 aprile. Si ricorda una rivolta anti-piemontese, una crisi dell’organizzazione di governo sabauda, una protesta contro l’esclusione dei Sardi dalla gestione della cosa pubblica, oppure la verosimile origine di una coscienza nazionale? Le risposte possono essere diverse, e nessuna esaurisce il significato della ricorrenza. La storiografia tende a evitare letture teleologiche, cioè narrazioni che presentano il 1794 come tappa inevitabile verso l’autonomia o l’indipendentismo contemporaneo. Fare storia significa invece restituire ai protagonisti del passato i loro linguaggi, i loro orizzonti mentali e i loro limiti.

In questa prospettiva, Sa Die de sa Sardinia mostra come il passato venga letto e reinterpretato spesso in modo arbitrario, utile a motivare istanze e bisogni della contemporaneità. La festa può essere letta come momento di identità civile, ma anche come esempio di mitizzazione politica. L’uso di locuzioni quali “popolo sardo”, “cacciata dello straniero” o “giornata del riscatto” suggerisce una narrazione forte e riconoscibile, ma al tempo stesso riduttiva. La ricerca storiografica non deve negare il valore simbolico di queste espressioni. Ha tuttavia il dovere di interrogarsi circa la loro origine, quando siano state elaborate e quali conflitti di memoria siano loro sottesi.

Orgosolo. Murale dedicato alla figura di Giovanni Maria Angioy e all’abolizione dei diritti feudali.

Identità e Memoria

Il popolare consenso della festività di Sa Die de sa Sardinia è favorito dal rapporto tra la storia e l’identità regionale. In Sardegna, più che altrove, il passato viene talvolta utilizzato come strumento di legittimazione politica e culturale. Il 28 aprile è dunque un luogo di incontro fra scuola, istituzioni, associazionismo e discorso pubblico. Un aspetto certo non negativo poiché una comunità ha bisogno di simboli riconoscibili e universalmente condivisi. Dal punto di vista storiografico è tuttavia necessario evitare che il simbolo surroghi la complessità del processo storico.

L’individuazione di tre livelli potrebbe suggerire una convincente chiave di lettura. Il primo livello si riferisce all’evento in sè, ossia alla rivolta del 1794 e alle sue cause e motivazioni del momento. Il secondo è quello della memoria, il modo in cui quell’evento è stato raccontato e ricordato nel tempo. Il terzo è quello della celebrazione pubblica, la forma moderna assunta dalla memoria trasfigurata in importante festa regionale. Questi tre livelli non sono quasi mai coincidenti. Proprio questa complessità e distanza rende l’evento Sa Die un tema storiografico di particolare interesse. Il suo studio favorisce la conoscenza delle modalità e dei tempi attraverso i quali una società costruisce la propria immagine di sé.

Conclusioni

Sa Die de sa Sardinia rappresenta non soltanto una ricorrenza civile ma un vero laboratorio di public history. La data del 28 aprile ricorda un importante evento della fine del Settecento in Sardegna. Tuttavia, la sua popolarità e forza odierna traggono origine e linfa dalla successiva lettura e rielaborazione. Per tale ragione la festa costituisce un problema storiografico, rendendo ineludibile il confronto tra gli accadimenti del 1794 e il significato attribuito oggi dal comune sentire.

Il significato e il vero valore di Sa Die non riposano solo nel ricordo dell’episodio storico, bensì nel mostrare come una comunità elabori il proprio passato. La storia, qui, non è un archivio immobile di fatti, ma un campo di interpretazioni, conflitti e usi politici della memoria. Perciò il 28 aprile rimane una data di particolare valore e  significato. Non tanto e non solo perchè rievocatrice di un fatto significativo, immutabile nel tempo perchè ormai indagato e acquisito storicamente, quanto perché ogni anno favorisce la riapertura del dibattito e del confronto, obbligando tutti a riflettere su valori fondamentali quali l’identità, l’autonomia e la rappresentazione del proprio passato.

Sassari. Murale dedicato alla Sarda Rivolutzione
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